• Mandello del Lario
  • 1 ora
  • Cimitero Mandello
  • Piazza Leonardo da Vinci
  • Tutte le stagioni
  • Facile
  • 100 m circa
È un itinerario turistico, ma anche didattico alla scoperta di luoghi e fatti della Resistenza, avvenuti dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 in quello che oggi è il centro abitato di Mandello nella parte verso monte, oltre la ferrovia e la strada provinciale. All’epoca dei fatti i vecchi nuclei erano tra loro separati.
  • Percorso urbano adatto per famiglie, percorribile a piedi su strade asfaltate.
  • Si sviluppa su 6 siti.
  • Se si arriva in treno, si consiglia di partire dalla Moto Guzzi.
  • Il percorso è segnalato da frecce bianche con il logo dell’itinerario e un indicatore rosso della direzione da seguire.

Itinerario

La sera del 25 agosto 1944 Giovanni Poletti, partigiano della brigata “Cacciatori delle Grigne”, arrestato a Rongio e interrogato al Comando tedesco di Molina, all’età di 21 anni viene fucilato in questo luogo, da un plotone di militi della GNR, Guardia Nazionale Repubblicana (fascisti). Alcuni partigiani armati, accorsi dai monti alla notizia, avevano pensato ad una possibile trattativa con i tedeschi per il rilascio di Giovanni, ma si accorgono che lui è già ormai al cimitero, dove si sono radunate diverse persone. Assistono impotenti all’esecuzione e non possono intervenire per non mettere a rischio di rappresaglia la popolazione.
Il corpo di Giovanni viene portato nella camera mortuaria del cimitero; la sua famiglia viene informata della sua morte solo il giorno dopo e a lui non è concesso il funerale, ma solo una veloce benedizione.
Per ricordare il sacrificio di Giovanni Poletti, il 3 settembre 1944 la brigata “Cacciatori delle Grigne” prende il nome di “89a Brigata Garibaldina Poletti”. Il 20 giugno 1953 Giovanni è insignito di medaglia d’argento al valor militare alla memoria.

Il monumento, che ricorda i caduti della Resistenza, è stato realizzato dallo scultore Giuseppe Enrini (1899-1962), uno degli artisti milanesi sfollati a Somana, grazie a una raccolta fondi dei mandellesi; è inaugurato probabilmente il 25 aprile 1947. L’opera rappresenta un partigiano in fin di vita, con il volto piegato, mentre alza verso il cielo, in un ultimo sforzo, la fiaccola della libertà, conquistata, con grandi sacrifici, anche a prezzo della vita. Sulle due lastre che fanno da sfondo sono incisi i nomi dei partigiani mandellesi caduti; li ritroviamo nelle lapidi orizzontali dove ci sono anche le loro foto.

Abele Marzagalli
Partigiano della brigata Poletti, il 25 aprile 1945, mentre sta portando in moto documenti a Lecco, è investito da un carro armato ad Abbadia. Muore l’8 maggio 1945.

Mainetti Editta Giovanna
Il 24 aprile 1945, mentre soccorre a Lecco un ferito, è colpita da un proiettile. Muore il 6 maggio.

Ezio Muzio
Nato a Rongio il 17 dicembre 1926, risponde alla chiamata alle armi della Rsi e finisce in Germania come lavoratore coatto. Ritorna in Italia in servizio a Cuneo nell’esercito italiano, viene ferito, ma riesce a scappare, diventando un disertore. Entra nella lotta partigiana e combatte nel cuneese per la 1a Divisione
Giustizia e Libertà. Il 28 aprile 1945, durante uno scontro tra partigiani e tedeschi in città, è raggiunto dalle schegge di una bomba ed è ferito gravemente. Muore qualche giorno dopo.

Antonio Zucchi
Nato a Rongio il 16 ottobre 1924, è fucilato a Bramaiano di Bettola (Piacenza) il 12 gennaio 1945.
In servizio militare a Milano, l’8 settembre 1943 scappa ma poi si consegna a Milano e viene mandato in Germania. Rientra in Italia, scappa dal treno lungo il Po, vicino a Piacenza e trova rifugio in montagna presso una famiglia. Nell’inverno 1944 ci sono continui rastrellamenti e, durante uno di questi, è fatto prigioniero e portato a Bramaiano di Bettola (Piacenza); imprigionato per alcuni giorni, è fucilato con ventidue partigiani e lasciato sulla piazza perché la gente possa vedere. Viene seppellito in una fossa comune, con un numero. La famiglia sa della sua fucilazione solo a guerra finita.

Aurelio Ficacci
Nato il 23 dicembre 1923, partigiano della 89a brg. Poletti e dipendente Moto Guzzi, muore a Mandello, dopo la Liberazione, il 6-5-1945 per un incidente d’arma da fuoco: un colpo parte accidentalmente, mentre prende l’arma da una mensola alla sede del C.V.L., il presidio partigiano di Molina, che si è insediato nell’ ex comando tedesco.

Domenico Pasut
Nato a Mandello il 10 ottobre 1922 da una famiglia nota alle forze dell’ordine come antifascista, l’8 settembre 1945 torna a casa; ricercato come disertore, si reca in Valsassina, dove collabora alla formazione delle bande; diventa commissario politico del distaccamento Fiorani della 55a brigata F.lli Rosselli, che opera sui monti della Valsassina e in Valvarrone. Nell’inverno 1944, quando la brigata riesce a passare in Svizzera attraverso le montagne, Domenico rientra in Italia dalla Val Codera per avvertire il Comando e continuare a combattere in Valvarrone, nell’attesa della Liberazione. Il 10 dicembre 1944 è catturato sulla strada Bellano - Valsassina. È incarcerato a Bellano, dove ci sono la sezione del Fascio Repubblicano, la sede della Scuola Allievi Ufficiali della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) e un presidio delle Brigate Nere (BBNN). La mattina dell’8 gennaio 1945 viene caricato, con altri cinque compagni, su un camion per essere portato a Como e destinato alla deportazione in Germania. Giunti alla Montagnetta di Fiumelatte, sono fucilati dalle BBNN che fanno passare l’eccidio come reazione ad un tentativo di fuga o ad un attacco partigiano; le contraddizioni fanno emergere la verità, che sarà confermata a fine guerra. A Domenico Pasut, nel dopoguerra, viene intitolata la sezione mandellese del P.C.I. ed è insignito della croce al merito alla memoria.

Dopo l’8 settembre 1943 l’edificio scolastico diventa sede del Comando tedesco: vi si insedia un battaglione della Wehrmacht. Da qui si controlla facilmente tutto il territorio: la valle del Meria, le Grigne, la Maiola, il paese, il lago. Da una torretta sul tetto si può sparare o lanciare razzi illuminanti. Una sentinella e una stanga impediscono l’accesso all’attuale cortile. I tedeschi requisiscono anche la casa di fronte e sotto la collina ricavano la Santa Barbara per armi e munizioni.
Il 25 agosto 1944 da questa sede, partono i fascisti e i tedeschi che catturano a Rongio i partigiani Giuseppe e Giovanni Poletti, qui condotto e interrogato, prima di essere fucilato. Oltre agli interrogatori dei partigiani, dei loro familiari e dei collaboratori, si tengono gli ostaggi come quelli rinchiusi il 26 ottobre 1944 prima dell’imboscata della Maiola. Quella sera i tedeschi montano una mitragliatrice e dei riflettori sul tetto dell’edificio per sparare contro i partigiani e illuminano a giorno tutta la zona.

Il 25 aprile 1945 se ne vanno gli ufficiali e i soldati della Wehrmacht, ma la sera stessa alle 23,00 arrivano reparti tedeschi dell’Armata Liguria, comandata dal Generale Pempsel. Il 26 aprile alle 11,00 viene raggiunta una tregua di quarantotto ore e la notte del 27 iniziano le trattative per la resa. Il 29 aprile all’una di notte arrivano due ufficiali americani e il 30 aprile poco prima delle 10.00 vi è la resa dei tedeschi agli americani.

Da fine aprile a inizio giugno 1945 il palazzo diventa sede del Comando partigiano (CVL, Corpo Volontari della Libertà), che controlla il territorio e incomincia a raccogliere dati sulla brigata. Restituito a fine giugno ad uso civile, nell’ottobre 1945 ritorna ad essere una scuola.

Il monumento, inaugurato il 27 ottobre 1946, ricorda il tragico fatto del 26 ottobre 1944 con i suoi tre morti e sei feriti. I partigiani della 89a brg. Poletti hanno bisogno di armi per le loro azioni e per difendersi da attacchi nazifascisti. Tedeschi e fascisti stanno preparando i rastrellamenti sulle Grigne e al comando di Molina c’è la Santa Barbara rifornita di armi e munizioni. Tramite dei collaboratori, i partigiani prendono contatti con due soldati polacchi che dichiarano di voler disertare. Non tutti i comandi credono alla diserzione, ma l’accordo tra Lino Poletti e i due polacchi è fissato per il 26 ottobre 1944 alle 22,00, quando è previsto l’inizio del loro turno di guardia. L’imboscata riesce perfettamente, preparata nei minimi dettagli. I tedeschi piazzano mitraglia e razzi illuminanti, uomini armati nascosti tra i cespugli della Maiola, una zona allora disabitata.
I dieci partigiani, partiti alle 18.00 dal Comando di Era, arrivano a Somana alle 19,30 e alla Maiola alle 21,30, dove sono raggiunti dai collaboratori: Morganti Battista, Mainetti Armando, Nilo De Battista, Valli Guerrino.
Alle 22,26 esplode la bomba a orologeria nella cassetta di munizioni che il Morganti sta trasportando.

Morganti Battista è dilaniato dall’ordigno, di lui resteranno le gambe, riconosciute il mattino successivo dalla figlia di 9 anni, recatasi sul luogo dello scoppio.
Davide Gaddi, nato a Somana il 18 febbraio 1922, muore sul colpo.
Adamo Gaddi, nato a Somana il 23 settembre 1924, colpito dalle schegge della cassetta di dinamite e da una scarica di mitragliatrice muore poco dopo.
Diversi sono i feriti: De Battista Nilo, il Comandante Poletti Lino, Mainetti Armando, Vietti Silvio, Pennati Luigi, Montaldo (o Montalto) Giampiero, Galli Lorenzo, Micheli Flaminio, Valli Guerrino.

Moto Guzzi ha un ruolo importante durante la guerra, la Resistenza e i giorni della Liberazione. Realizza rifugi antiaerei sotto la collina per proteggere i dipendenti dai bombardamenti e una casamatta dotata di contraerea. Sulle facciate, tinteggiate di verde, fa dipingere sagome di cipressi, per mimetizzare la fabbrica che si trova tra la ferrovia e la montagna. All’annuncio dell’Armistizio cogli anglo-americani, l’8 settembre 1943, fa inviare ai concessionari italiani le moto, per evitare che siano requisite da tedeschi e fascisti. Si impegna per salvaguardare l’azienda, la produzione e i lavoratori. In fabbrica si insedia un presidio tedesco, che impone un regolamento ferreo, ma si appoggiano i Comitati di soccorso e il CLN (Comitato di Liberazione); si sostengono le brigate partigiane con materiali, alimenti, vestiario e beni di prima necessità; alcuni corridori (Omobono Tenni e Ferdinando Balzarotti) svolgono ruoli di collegamento. Nonostante il controllo tedesco e fascista interno ed esterno alla fabbrica, dall’autunno 1943 all’aprile 1945, in Moto Guzzi avvengono sabotaggi alla linea elettrica, ripetuti tentativi di fermare la produzione di moto per l’Esercito, tre attentati alla Centrale idroelettrica.
Nel giugno del 1944 arriva in Moto Guzzi la missione americana Locust/Montreal che installa la radio ricetrasmittente clandestina nella soffitta sopra la mensa; un dipendente ha l’incarico di organizzare il recupero dei lanci alleati, annunciati via radio, di nascondere in ditta le armi recuperate in attesa dell’utilizzo nei giorni della Liberazione. Dopo i rastrellamenti nazifascisti dell’autunno 1944, quando gli uomini sono lasciati liberi dai comandi di abbandonare le brigate, la ditta riprende al lavoro gli ex dipendenti, saliti in montagna. Nella primavera 1945 arriva la missione Dik Ciliegio/Dik Anita, paracadutata ai Piani dei Resinelli, e Moto Guzzi diventa referente di missioni alleate dietro le linee; si preparano piani di difesa della ditta in vista della Liberazione del nord Italia e si intensificano i contatti col Comitato Nazionale di Liberazione di Milano e di Lecco. Nell’aprile 1945, in accordo con il Comando Volontari della Libertà di Mandello, i dirigenti Guzzi organizzano tra i dipendenti 7 squadre di vigilanza, operative giorno e notte, per evitare lo smantellamento di macchinari, il furto di mezzi o di materie prime da parte dei tedeschi in ritirata. Sono una sessantina di uomini fidati e ben armati, guidati da un caposquadra.
Dal 26 al 30 aprile 1945 Moto Guzzi è sede organizzativa per la distribuzione di viveri, mezzi, benzina e armi ai partigiani, autorizzati ad utilizzare: mensa, spaccio, moto, motocarri e carburante.

La targa ricorda i mandellesi, militari sui vari fronti, fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’Armistizio con gli anglo-americani; li disarmano, li costringono a lunghe marce a piedi, li caricano su camion, treni o navi, li stipano su carri bestiame. Dai convogli i prigionieri lanciano biglietti, nella speranza che qualcuno li faccia avere alle famiglie che non conoscono il destino dei propri cari. Con un percorso di giorni, in condizioni pessime e senza che sappiano la destinazione, li portano in Germania nei campi di prigionia con torrette di controllo e filo spinato. Rinchiusi in baracche, sono sfruttati come manodopera gratuita, non trattati come prigionieri di guerra perché per il Reich l’Italia ha voltato le spalle agli alleati tedeschi. Chiamati con disprezzo “badogliani”, sbeffeggiati e maltrattati, resistono alla propaganda e alle richieste di aderire alle SS italiane e alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini. Nei primi giorni di prigionia viene fatto ascoltare un discorso del duce e proposto di firmare l’adesione, con la falsa promessa di rientrare in Italia. Costretti a lavorare diverse ore nelle fabbriche tedesche, in agricoltura, in opere stradali o di difesa, nelle ricostruzioni, nelle miniere, soffrono la fame, il freddo, i parassiti e le malattie. Mangiano una volta al giorno e spesso solo una brodaglia. Nelle poche lettere che scrivono a casa, chiedono cibo e vestiario di lana per sopportare il freddo. “Schiavi di Hitler”, gli IMI (internati militari italiani), sono considerati oggi dei resistenti.

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